Ascoltare senza giudicare: come aiutare una donna vittima di violenza


25/11/2025

Con il termine “violenza contro le donne” si intende qualsiasi atto di violenza di genere che provoca o potrebbe provocare un danno fisico, sessuale o psicologico o una sofferenza alle donne, inclusa le minacce di compiere tali atti (Art. 113, Dichiarazione di Pechino). Questo fenomeno rappresenta una piaga alla quale le istituzioni e la società stanno dedicando una crescente attenzione, nonostante ciò, i dati ci dicono che ancora solo una minima parte delle vittime arriva alla denuncia. La domanda che dobbiamo porci è “Come posso aiutare concretamente una donna in difficoltà"?

Molte donne che vivono situazioni di violenza — fisica, sessuale, psicologica, domestica o economica — non riescono a chiedere aiuto per diversi motivi sociali, emotivi, cognitivi e pratici. La maggior parte di loro dichiara di non aver denunciato per paura della reazione dell’aggressore, per non compromettere il contesto familiare o perché la donna non sa dove andare. Il primo passo verso il cambiamento può essere una conversazione: una parola accogliente, un ascolto sincero, uno sguardo che non giudica. Per questo, familiari, amici e colleghi possono diventare una risorsa fondamentale, se sanno come aiutare.

L’ascolto empatico e la sospensione del giudizio

Quando una donna si apre e racconta di vivere una relazione violenta o di sentirsi in pericolo, la prima cosa da fare è ascoltare. Può sembrare banale ma l’ascolto empatico aiuta a creare uno spazio sicuro e non giudicante in cui potersi esprimere. L’ascolto empatico non è semplicemente “sentire cosa dice l’altro” ma è la capacità di leggere il mondo dell’altro, cogliendo anche gli aspetti non verbali, senza imporre i propri schemi di pensiero.  Spesso chi ascolta prova un misto di rabbia, paura o impotenza che portano a voler fare qualcosa subito o a esprimere giudizi non richiesti che fanno sentire la vittima appunto giudicata e in colpa. La cosa più utile, almeno all’inizio, è creare uno spazio sicuro in cui l’altra persona si senta creduta e accolta.

“Se vuoi parlarne sono qui, per te” “Prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno, non avere fretta, io sono qui” “Hai fatto bene a parlarmene” “Mi spiace che tu stia vivendo tutto questo” “Capisco che non sia facile” “Deciderai tu cosa fare, io ti starò accanto”. Queste sono alcune semplici frasi che possono fare la differenza. Comunicano presenza, apertura e possibilità di esprimersi senza incalzare o far sentire costretta la vittima. Molte donne tacciono per vergogna o paura di non essere comprese; sentirsi ascoltate senza essere messe in discussione è il primo passo per spezzare l’isolamento in cui spesso la violenza le intrappola. La tua vicinanza e solidarietà sono molto importanti.

Oltre all’ascolto empatico l’altro punto fondamentale è la sospensione del giudizio che non significa approvare o condividere tutte le idee o azioni dell’altro in maniera acritica ma è l’accettazione e il rispetto dei vissuti e dell’esperienze dell’altro.

Cosa evitare di dire o fare

Mettere in pratica questi consigli non è semplice perché anche chi ascolta è coinvolto e spesso ha un legame affettivo con la vittima. Per questo anche le migliori intenzioni possono, a volte, ferire o allontanare. Ecco alcuni errori da non fare: evitare di chiedere perché non ha chiesto aiuto prima, cosa abbia fatto per provocare la violenza o sollecitare la donna a prendere le sue decisioni. Si può starle accanto, sostenerla ma non scegliere per lei venendo meno, ancora una volta, alla sua autodeterminazione.  Altri errori da non commettere sono: minimizzare gli accaduti e i vissuti, non riconoscere la sofferenza, banalizzare la vergogna provata e giudicare le sue scelte e le sue azioni. Alcuni esempi di frasi da evitare sono: “Perché non lo lasci?” “Dovevi reagire prima!” “Ma non starai esagerando?” “Devi tirare fuori la forza, non farti trattare così”. È bene ricordarsi che quello che chi ascolta vede, è solo una piccola parte del vissuto. È solo la punta dell’iceberg di una complessità data da diversi fattori emotivi, cognitivi, economici e sociali. Chi vive violenza non può “semplicemente” andarsene: ci sono paure reali, legami affettivi, dipendenza economica o figli da proteggere.

Anche evitare atteggiamenti troppo invadenti o direttivi è importante. Non pensare di trovare soluzioni rapide, definitive, semplici. Non serve imporre scelte, ma accompagnare con pazienza, rispettando i tempi della persona.

Come accompagnare verso l’aiuto

Dopo l’ascolto è possibile accompagnare la donna verso l’aiuto concreto di operatori specializzati. Non bisogna trasformarsi in terapeuti o assistenti sociali, ma essere un ponte verso le risorse giuste. Puoi, ad esempio: offrire informazioni su centri antiviolenza, consultori o numeri utili (1522 o 112). Puoi anche accompagnarla fisicamente, se lo desidera, a un colloquio o a fare una segnalazione o aiutarla a preparare un piano di sicurezza (borsone con documenti importanti, numeri di emergenza, un luogo sicuro dove andare in caso di pericolo). Fondamentale è sempre non sostituirti a lei, ma camminarle accanto, ricordando che ogni passo deve essere scelto e voluto. Il compito di chi sostiene è quello di rafforzare il senso di controllo della donna sulla propria vita, non di toglierglielo così da farla sentire di nuovo padrona delle proprie scelte. Anche nel caso in cui tu sia una persona vicina alla vittima può essere utile confrontarsi con un professionista, un centro antiviolenza o uno sportello psicologico così da avere gli strumenti per sostenere meglio. Ricorda: non sei tu a dover salvare qualcuno, ma puoi essere la persona che apre uno spiraglio.

La forza di essere presenti

La violenza contro le donne è un fenomeno che non conosce frontiere né limiti di età o nazionalità che si insinua spesso nelle relazioni familiari, colpendo tutta la società. Tu, io, noi possiamo essere quel varco di apertura verso la libertà per una persona vicino. Per poter aiutare concretamente bisogna ascoltare in maniera empatica e non giudicante la donna, creando uno spazio sicuro, rispettoso e validante. Non servono frasi perfette o grandi gesti: serve la presenza autentica. Ciò non significa “non fare nulla” ma offrire il proprio supporto, senza forzare a prendere decisioni.
Perché, a volte, sapere che qualcuno ti cammina accanto e ti sostiene può essere il primo passo per cambiare la situazione.

Dove trovare aiuto

  • Numero Antiviolenza e Stalking 1522 (gratuito, attivo 24h su 24, anche via chat su www.1522.eu)

  • Centri Antiviolenza presenti in ogni regione

  • Consultori familiari e servizi sociali comunali

  • In caso di emergenza, 112

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Articolo a cura di Noemi Khemara, psicologa presso Affidea Diamedica.