Disagio e ricerca della propria identità, cosa porta i giovani all’autolesionismo?


12/07/2018

A cura del Dott. Filippo Ferretto, psicologo psicoterapeuta presso Affidea Uni X Poliambulatorio

I casi di autolesionismo in Italia

L’autolesionismo è un fenomeno diffuso: in Italia si stima che un giovane su cinque incorra almeno in un episodio di ferita autoinferta; ancora più alto il dato se si considera la fascia d’età tra i 13 e i 22 anni dove la percentuale si alza al 42% (dati SIBRIC).

Le cause dell’autolesionismo

La spinta che porta un ragazzo a ferirsi può avere diverse cause, tra le più diffuse ci sono la necessità di estinguere uno stato mentale doloroso, intense emozioni negative, il bisogno di sentirsi vivi o, al contrario, di anestetizzarsi (il corpo ferito e la presenza del sangue hanno l’effetto di riportare la mente alla realtà del corpo e allo stesso tempo libera sostanze che producono una sensazione di ottundimento e di sollievo dal dolore mentale).

Altre motivazioni possono essere l’autopunizione, il senso di colpa o di vergogna per aspetti di sé inaccettabili, il bisogno di comunicare un disagio che non può essere espresso con le parole o anche la ricerca di un’identità (in quest’ultimo caso spesso il fenomeno è meno grave e più transitorio).

Gli adolescenti e i giovani che appartengono a queste categorie spesso si sentono più soli, hanno meno relazioni sociali positive e maggiori difficoltà a instaurare un dialogo con i coetanei e con gli adulti, provano più spesso rabbia o tristezza e tendono a isolarsi.

Come si manifesta l’autolesionismo?

Ogni autolesionismo è un racconto diverso, fatto di sofferenza, di incapacità ad amarsi e ad esprimere il proprio dissenso, la frustrazione e, talvolta, l’odio. Disamore verso di sé e verso quei genitori prima tanto amati e che ora sembrano lontani e incapaci di capire. Con essi, anche la confidenza con il proprio corpo si allontana, esso diventa meno riconoscibile e meno apprezzato.

L’attacco al sé è il sovvertimento, spesso transitorio, talvolta invece più duraturo della propria spinta a crescere. L’unica possibilità di evitare la fatica della crescita, il confronto con le mutazioni corporee, la scoperta di un disagio interno o relazionale possono instillare il senso dello scacco subito, la perdita del desiderio di crescere e la ricerca di un rifugio psicologico, intimo e difficile da comunicare anche alle persone più prossime.

Il ruolo del terapeuta

Il terapeuta può aiutare i ragazzi a riconoscere i propri sentimenti negativie ad imparare a tollerarli, trovando altre vie di espressione del disagio.

Comprendere la propria rabbia o la tristezza e la loro origine permette di riprendere un contatto con sé stessi, abbassa l’ostilità e la diffidenza verso gli altri ed è la strada per riprendere il cammino evolutivo, accettando anche le inevitabili frustrazioni o conflitti di cui esso è lastricato.